L’urlo selvaggio che esplode negli occhi

Estere corto della parola libertà, tagliato chimicamente per generare fantasia, chiuso in ermetismo dilagante che richiama acciaio, silenzi, cotte di maglia e sguardo chiuso in una fessura. Quello sguardo partorito dalla luna, sanguinante vitello d’emozione abbattuto al primo respiro, al primo passo. Senza pietà, senza respiro, senza rifletterci – la fine di una vita appena iniziata, la fine di un gioco appena iniziato, la fine di una presa in giro iniziata troppo presto.
Guarda e ridi, guarda e lagnati, guarda e stai in silenzio; accetta – semplicemente oppure no? – di essere di sguardi sottili e parole volanti, tatuaggi indelebili come la lacrima di Pierrot.

Quando giocavamo a chi era più chiuso, giocavamo a chi era più marcio, giocavamo perché il gioco esorcizzava tutto, lo scherzo era l’apice del drammatico – eravamo attori di teatro, intrattenitori di noi stessi, attori in una commedia da noi stessi scritta e diretta. Fili che però penzolavano dalla carne, latravano gioia, circonvenzione logica di essere asenziente. Impelagate marionette della vita.

Quando mi guardavi con quello sguardo ed io ero immobile, freddo come il marmo,e tu lo amavi.

O fingevi di amarlo?

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