Le stesse vie di un giorno lontano

Per quelle strade perse, dove i bivi si fondono, si conficcano nelle mani inchiodandole al terreno, con occhi vitrei e sanguinanti – il sangue che passa da Dio fino al cielo, arrivando alle iridi, bagna quei chiodi fatti di scelta e progresso, di moralismi andati e paraplegiche interdizioni pindariche volte al… Nulla, essenzialmente.

Questa è l’evidenza di una storia non terminata, di una storia scemata nelle fiamme, spenta in un posacenere e poi riversata in mare, con l’eco delle polveri a simboleggiare l’eterno volere del ritorno, l’incommensurabile mancanza dell’essere, a vantaggio di un progresso che rende schiaviliberi o liberischiavi. La storia che mangia il passato, la storia che è il passato, la storia che morde il futuro – e piange ombretti accuratamente posti a mascherare uno sguardo perso, incline alla speranza ma inevitabilmente rassegnato ad un volere che sarà sempre il suo – condanna dell’essere – ma mai il suo sé. Mangi polvere, mangi parole, sei sieropositivo alla vita, pidocchio del moralismo e zecca dell’emozione. Un tantrico andirivieni di tango e waltzer nella ricerca del senso, un giorno sì ed uno no. Paralipomeni danzanti che rappresentano un tornado, un’anima che si cerca e si trova davanti allo specchio, che si trova e non si riconosce e poi sì e poi no.

Urina. Finalmente un po’ di ordine nel caos.

Non è che il problema sia andare avanti, è che il problema è guardare indietro, e rendersi conto che gli occhi che c’erano una volta, non riesci più a guardarli.

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