LEGACY OF: ATTO I

“Ti amo, mi mancano le tue parole. Torna presto. S.”
Di te so poco, pochissimo, S. So che hai 19 anni, so che sei bisessuale, so che vorresti baciarmi. E come te, altre persone che mi scrivono all’indirizzo di questo sito internet, ormai vetrina di emozioni che spaziano in così tante direzioni da risultare spaventose anche per me.
So che mi amate. Dite di amarmi. Eppure, non vi convincete del fatto che amate solo le mie parole, e non me stesso, e che esse sono il mero prodotto di un essere confondibile con il vostro vicino di casa. Lavoro di calcolatrice, dita frenetiche, spazi e virgole decise sul momento. Chi sa se mi amereste anche guardandomi dal vivo, chi lo sa se riuscireste a manifestare questa devozione anche guardandomi negli occhi? Magari vi morderei, magari sceglierei di essere il me stesso più nascosto. O magari parleremmo di fisica, S. No? Tu ne sei appassionato, ricordo.
Oppure parlerei di economia con te, M. Tu che sei geloso di me senza averti mai visto. Tu che da anni mi chiedevi di citarti in un post. Ecco, questo lo sto facendo per te. Eppure, non c’è il tuo nome, e nessuna saprà mai chi sei.
So essere fastidioso quando voglio.

Juicy.

Che splendida giornata. E quindi, vi racconto un po’ di me.

PROLOGO
Come sempre, salendo sul palco, non posso fare a meno di provare quel brivido – abbraccio di una madre inesistente ed ormai placida ed anziana – spenta mimesi di un’attenzione quasi ossimorica. Pianti e risate lugubri, medicina amara.
Il brivio è finito, le lacrime anche. Il trucco non è colato.

Si va in scena.

ATTO I
*l’attore entra sul palco, si siede in prima fila e fissa il pubblico*
Signora – sì, proprio Lei in prima fila, con la coca cola in mano e quel grazioso sandalo con tacco che le fa esplodere la caviglia, stendardo di una femminilità ostentata e forse mai posseduta – non si senta offesa dalle mie parole, mi guardi e ne goda. Io posso farla godere, sa? Solo con le parole, io posso regalarle gli orgasmi che Suo marito in molti anni non è mai riuscito a donarle. E lei vorrà portarmi a letto, eccome se lo vorrà, ed io declinerò gentilmente l’offerta perché sa, non fa per me. Oh, non Lei, non si offenda – mi lasci spiegare. Non è la sua truculenta abbondanza a repellermi, né il suo ostentato amore per la forma e la sostanza carnale, no – tutte queste cose mi attirano e forse potrebbero spingermi ancora di più a farla gridare al miracolo della sua anima. Ciò che mi repelle è farmi usare da Lei, è questa pratica chiamata Sesso, Dio del NuovoVecchio Mondo, aberrazione morale e calcificazione spirituale. Lei vuole il mio corpo o lei mie parole? Perché non si fa penetrare dalle mie parole invece che dalla mia virilità?
Rimarrebbe sorpresa, forse, nello scoprire che di virilità non vado matto e forse non trabocco – il vezzo mi è affine, il pizzo mi solletica, l’ironia mi esalta.
Non si offenda, nel suo tubino che le stringe le iridi, ma passerò oltre, come ho sempre fatto.

*L’attore si alza e, camminando, si sposta da un lato all’altro del palco, indeciso, spostando lo sguardo su tutto il cono d’attenzione visivo. Pratiche stantìe, eppure sempre efficaci. Scuola, lezioni e bacchettate sulle mani, circonvenzione morale insegnata a bambini troppo piccoli perché potessero capire di essere presi in giro*

Sono indeciso, come vedete. La maggior parte di noi lo è, e certo, il problema è che io non riesco a vivere nell’indecisione. Ci ho messo più di vent’anni a capire il senso della mia vita. Lo vorreste sapere immagino, per poterne trarre ispirazione, o forse solo per giudicarlo e dire che per voi certamente non sarebbe la stessa cosa. Che è una soluzione di comodo, e che, infine, mi sto solo illudendo.

Prendiamo te, occhiali e barba incolta, certamente un anarchico insurrezionalista, oppure un alternativo – insomma, qualcuno che rifiuta le etichette. Eppure sei qui, a teatro, a guardare me. Rifiuto d’ipocrisia, io ti disprezzo. Eppure ti adoro, perché nelle tue contraddizioni tu rappresenti qualcosa che io ho sempre cercato: la serenità con le opposizioni. Non insultarmi così, i tuoi insulti verso di me sono insulti verso la tua intelligenza: non capisci che ti sto facendo un complimento? Evidentemente no.
Tu, stolto bagordo d’orgiastiche contraddizioni, vivi più felice di quanto potrò mai essere io, convinto di andare contro un sistema che non conosci, convinto che essere un Vanzetti ad oggi abbia senso. Voluttà gastronomiche animisticospiritualistiche.

Quando la stella della serenità diventa stella cadente, ed al suo posto sale la stella del desiderio, il nocchiero perde la rotta e si ritrova in mari tempestosi – ma col sorriso. Non sempre, ma a volte sì.

Ti guardo e ti invidio, così preso dalla tua lotta intestina, figlia di un essere ripudiato dalle più semplici norme del buon vivere. Tu che indossi scarpe comode e fai della barba la bandiera della tua rivoluzione, tu che indossi jeans firmati e vai in giro snocciolando Baudelaire e Nietzsche, tu che non immagini nemmeno che questi defunti umani erano tutt’altro che felici e contenti di essere com’erano, anzi. E allora perché sorridi e t’inasprisci? Se parli d’Abisso, se pensi di coglierlo, non pretendere di essere felice, né che io ti rispetti. Delle due, l’una: o accetti di essere un ribelle, accettando i miei sputi, oppure ammetti che la tua ipocrisia è solo una spasmodica ricerca dell’attimo presente, dell’identità, dell’essere attaccato nell’album di figurine della società, pedina – difensore? attaccante? portiere? – in una partita che non puoi vincere, perché non hai mai iniziato a giocarla.

Ma la tua ragazza, quella sì che mi interessa. Tacco lungo e vestito elegante, un mascara che non vuole nascondere ma esaltare. Non gli tieni la mano da quando ho iniziato a prendermela con lui, è questa la tua immagine di coppia? Avresti dovuto supportarlo, imbestialirti contro di me, ed invece – pensi che stia fingendo? Pensi che il mio vomitare parole sia figlio di un canovaccio preimpostato, genuflessione dello spirito alla penna. Ti capisco e ti comprendo. Forse sei rimasta intrigata dalle mie pretese di amante oratorio menzionate prima, forse credo che uscendo di qui sarai la stessa persona di quando sei entrata. E allora, mia cara, stai dicendo che vorresti il mio suicidio. Non fare quella faccia sgomenta, ecco, sì, curiosa – così è meglio.

*L’attore finge di scendere dal palco, ma poi spaventato torna su*

Quello che io dico è che sono vivo qui e ora, grazie a voi che mi guardate – e se stasera io non riuscirò a farvi tornare a casa un poco diversi, allora, signori miei, significherà che la mia vita sarà ufficialmente finita.
Vedo come mi guardi, mia cara, mentre strizzi gli occhi tentando di capire se sia uno scherzo o meno, mentre il tuo uomo – chiamiamolo così – ti stringe forte perché pensa che io stia flirtando con te.
Eppure tu, con i tuoi orecchini ed il tuo trucco, mi attiri ancor meno della signora di *volgendo lo sguardo* coraggio signora, ora questo è quello che volevo. Un bel sorriso, e poi magari nel mio camerino sorrideremo insieme.

Sorridete insieme a me.
Io sono vivo per voi, per i vostri orgasmi uditivi. Per solleticare la vostra fantasia. E vi amo, uno per uno, nelle vostre contraddizioni felici ed eiaculatorie.

Perché io, di contraddizioni, non riesco a viverne.
Ma posso morirne, quello sì.

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