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Nascere a metà credo sia una colpa ineludibile. Non puoi farci niente, eppure è così. Vivo in mezzo ad un fiume impetuoso, cammino sulle acque ma non per destrezza, solo per sopravvivere. Mi guardo indietro e vedo un mondo oramai lontano, fatto di conoscenza, di essere, di risate spensierate e passeggiate a perdersi. Guardo avanti e vedo l’ideale della condivisione, sputtanare la propria intimità davanti ad un gruppo di sconosciuti, la ricerca della notorietà, sharing e metasharing, inesistenza contrattuale. Ritagliarsi uno spazio dalle 11:15 alle 11:30 per capire chi siamo. Ricordarsi il proprio nome perché lo si legge sulle e-mail. Ma in nome di cosa? In nome di una collettività che non esiste, per dei soldi che non tocchi nemmeno più.
Tocchi un tasto – hai perso. Ne tocchi un altro – sei ricco.
Eiaculazioni di fretta. Corri. Corri. Corri. Non più “Corri scimmietta”, ma “Corri umano”. Ci siamo evoluti, riusciamo a pensare. Abbiamo trasceso la fase di automazione, ora siamo tutti un’unica entità strettamente correlati. Dinamiche social.

Indietro vedo il verde, le valli, la ricerca dello stretto indispensabile.
Avanti vedo il grigio, le case, strisce di cuoio, la ricerca dello stretto inutile.

Non so cosa voglio, non credo sia più possibile volere qualcosa. Credo che a stento sia necessario tentare di sopravvivere.

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