Tempesta

Ogni volta che ci sono temporali forti in estate, ci sono fiotti di ricordi che non tardano a venire a galla.

E anche un non comune senso di pace, di comunione.
Se fuori c’è la pioggia, che male c’è ad averla anche dentro?
Guardarsi in uno specchio e sputare alla propria immagine ringhiando, tirare pugni a se stessi nel tentativo di prendere quel perfezionismo che si fa le unghie sulla tua umanità, scartavetrandola fino a lasciarne lo strato più intimo esposto alle intemperie, senza mai riuscirci. Ringhiare, di continuo, nel tentativo di farlo scappare, col risultato di sentirsi sempre più piccoli e confinati in un angolo dalle proprie paure, dalle proprie angosce, dai propri dubbi.  In questo gigantesco lungomare di cui non riesco a vedere l’orizzonte, gratto un angolo di sabbia sperando di trovarvi incise delle parole di qualcuno più vecchio di me, qualcuno che mi dica che andrà bene, che è sempre andato bene e che andrà bene in futuro. Gratto nella speranza di trovare un abbraccio, di trovare una luce dentro – o fuori? Rosicchio dolcezza in quelle poche lacrime che vengono a galla; mi illudo che non sto ferendo nessuno, che quelle sono lacrime di comprensione e non di dolore. Infilo la testa in quelle lacrime e grido lasciando che la sabbia penetri ogni orifizio non soffocandomi ma cullandomi in quei graffi che, per quanto sanguinanti, faranno sempre meno male del percorrere delle scale sapendo che la vetta non arriverà mai.

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