Il pubblico rumoreggia. Si domandano perché, seppure il prezzo sia così basso, lo spettacolo sia imbandito a mo’ di gran festa. Si domandano perché li faccio attendere tanto. Si domandano, e basta, semplicemente… Che è già una cosa abbastanza grave.

*Entra in scena camminando*
Ecco, questo è esattamente quello cui anelavo da una vita. Vedo molte facce attorno a me, e quasi mi commuovo nel pensare che siete qui solo per ascoltare me: già, perché è questo il vero e proprio dramma di una vita, e il motivo per cui il mio sorriso è così brillante, al momento. La verità è che ora voi siete qui, e siete costretti ad ascoltarmi, e non potete fare altrimenti perché a teatro è maleducazione bisbigliare, o -Dio ce ne liberi!- andarsene prima della fine. Non è bon ton, non è educato.
Signora, non sorrida così impunemente!  Non sono buone notizie, queste, per Dio!
Ore a parlare senza essere interrotto, ma soprattutto venendo davvero ascoltato. Alcuni di noi vivono una vita senza essere mai ascoltati, senza persino rendersene conto. Si dà molta più importanza al parlare, non è vero? Ma questo è un luogo comune. Al diavolo i luoghi comuni! No, cancellate.
Non si può non cadere nella trappola dei luoghi comuni, prima o poi, perché alla fine evitare di dire qualcosa per non farlo divenire un luogo comune finisce incontrovertibilmente per esserlo.  E ci ritroviamo fregati, per l’ennesima volta, da un’eloquenza spergiura ed infingarda!
Signora, per Dio! Di nuovo! Non sa che sorridendo si scoprono tutti, ma proprio tutti, i nostri segreti? Il sorriso è il ritratto più grande di noi stessi che possiamo dare a qualcuno. E stiamo a preoccuparci dell’aspetto fisico, delle nostre parole, dei nostri atteggiamenti, quando… Bang. Un sorriso, ed è fatta. Un sorriso ed hai fottuto l’intera gamma di emozioni che ti eri promesso di rappresentare nel tuo personalissimo spettacolo.
Perché io ora sono qui, davanti a voi, e vi parlo, e sono io il protagonista, ma anche voi siete protagonisti di un dramma comico assolutamente unico ed irripetibile. L’unica differenza, come dicevo prima, è che a me ascoltano. Devono, ascoltarmi. Dovete, anzi… Avete pagato un biglietto per farlo! Un biglietto per ascoltare i deliri di un folle… Non riesco a capire chi ve l’abbia fatto fare.
E se ora prendessi una sedia e mi sedessi in silenzio, cosa ne pensereste?
*Esegue… Silenzio. 2 minuti di silenzio.*
Basta così poco… E’ bastato che il vostro fanale di sicurezza momentaneo che io rappresento si spegnesse per qualche secondo per farvi iniziare a dubitare, a bisbigliare tra voi, a cercare il sostegno di qualcun altro. E non è così che vi capita ogni giorno? Non vi svegliate ogni mattina pensando di esservi appena addormentati, e che quello sia un sogno -meglio, uno spaventoso incubo, da cui a fine giornata vi desterete? Non è così?
Avete occhi carichi di nulla, e le palpebre sbattono sotto il peso di dita invisibili. Mangiate polvere dalla mattina fino a sera, ed evacuate emozioni.
No, questo non è un linguaggio da teatro, e ve ne chiedo scusa. Torniamo alle cose serie.
Dov’è la signora di prima? Eccola.. Mi guarda con fare ammiccante. Stia attenta a non innamorarsi di una maschera, mi raccomando; e vale per tutti voi.
tb.

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