Tutte le porte sono aperte, e il vento gela le articolazioni e le palpebre, costrette a guardare ciò che era stato sepolto sotto quintali di dolore ed indifferenza. D’improvviso due chiodi di metallo rovente vengono avvicinati dentro le pupille, lentamente, ma inesorabilmente… Percepisco il calore, sempre più marcato sui margini degli occhi, attenuato fintamente dalle lacrime e dal sudore che copiose graffiano il mio viso. Non riesco a vedere la mano artefice del mio supplizio, eppure sembra una mano così familiare: la stessa che ha aperto le porte, che mi carezzava nei momenti di difficoltà.
Penso, faccio finta di pensare, tento di distrarre ciò che resta delle mie facoltà affinché tutto ciò non sia mai stato vero. Cancellare definitivamente qualcosa che non sarebbe mai dovuto essere vivo. L’assassinio dell’innocenza, per ben due volte.
E così piangente, mi avvio verso il mio viaggio colmo di una rinnovata cecità, e tutto… Scompare.
Ah, desiderata ignoranza, finalmente raggiunta tramite la conoscenza.

Quelle parole. Quelle parole che vorrei non aver mai letto – o che tu non avessi mai scritto.

Fine.

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