Il marchio di Caino

“Il segno di chi si differenzia dalla massa, di chi osserva il mondo con spirito critico e che dal mondo è mal visto, di chi ricerca prima di tutto se stesso, di chi segue la propria strada e non si accontenta di felicità precarie e incomplete.”

Non sono convinto sia del tutto così. L’essere atemporale, l’essere afunzionale.
L’Essere, in generale. L’ontologia di una tragedia non è ancora stata definita in termini che non fossero musicali.
L’aver provato sulla propria anima e sul proprio corpo l’improrogabile necessità di salire, nonostante i graffi, ogni gradino che porta all’illuminazione secondo gli asceti. Inutilmente, si scoprirà in seguito.
La martorizzazione dello spirito, la Cristianizzazione – in senso stretto e non latu sensu-  di un ideale che ha smesso da tempo di essere attuale, come una moda, sono tratti distintivi di chi ha smesso di sperare ma desidera ardentemente credere.  Non si è abbastanza forti da rifiugiarsi nel Nichilismo, e qualora lo si fosse, sarebbe solo la costante -ennesima!-  mera illusione di un nulla fittizio, valido all’auto-convincimento di una mentalità stanca e, tra le tante cose, piuttosto confusa.
Il marchio si stampa negli occhi di chi  è passato tra le nebbie della sofferenza casuale, rasentando la vallata multicolore di cui parla Poe, anelandone i prati con lacrime salate. Non fa male, è una puntura a cui questi corpi sono abituati; un’iniezione di arsenico e amore sconfinato, fatta col sorriso.
La sua tragicità sta nell’incomprensibilità che queste persone posseggono agli occhi di chi, questo marchio, ha la fortuna di non possederlo. Tristemente evidente. totalmente ineffabile.
Le parole non bastano a descrivere ciò che scaturisce da un incontro tra due persone col Marchio.
E’ un waltzer, una danse macabre, ballata a piedi scalzi su di un tappeto di rose, succhiando reciprocamente il sangue che, dolcissimo, scaturisce dalle ferite.
E suonano, i violini, rompendo timpani e pupille, come freccia nel cristallo.

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