Whisky.

L’inizio? L’inizio è sempre difficile. Si cerca continuamente il modo di scrivere un buon inizio, come se artifici retorici possano rendere giustizia ad un succo inesistente. Pensavo e scrivevo, scrivevo e cancellavo, ripensavo e riscrivevo. Senza mai decidere come iniziare. Quanta formalità, questa volta, vero ? Normalmente non mi soffermo mai più di tanto nell’inizio di uno scritto. Anzi, non mi ci soffermo proprio. Semplicemente, accade. Come ogni cosa che foglia fluttuante che dolcemente tocca terra: accade. Ho un bicchiere colmo di whisky, affianco. La medicina dei dannati, dei poveri, e dei bugiardi.

It’s over. Deal with it. It’s over.

Il primo sorso di whisky lo prendo dedicandolo a tutte le mie paure, a tutte le mie incertezze, a tutti questi pensieri che ruotano in spazi vuoti, cercando una risposta a domande che nemmeno mi sono posto.
Sì, questo sorso è per le mie paure.

Il secondo sorso lo dedico a te, ovviamente. Non ti era mai piaciuto essere la prima. Non sopportavi avere aspettative su di te, amavi il tuo dolore. Lo amavi così tanto che ti ha consumata. Lo mordevi, per non lasciarlo andare; gridavi, nel farlo. Occhi che gridavano vendetta, sogni cosparsi di sangue. Mi hai dedicato molte parole, alcune infauste, altre cariche d’amore, e non ti dimenticherò mai.

Il terzo sorso è, invece, per un angelo. Quell’angelo dagli occhi dal colore dell’innocenza, troppo presto rubato al mio affetto. Quanto vorrei tu fossi ancora qui, quanto vorrei che la tua mano mi accarezzasse ancora come facesti quella volta, capendomi come nessuno mai fece prima d’ora. Sono io a gridare, sono io ad avare nostalgia di qualcosa che non è mai accaduto. Vorrei tanto tu fossi ancora qui.

Che cosa infantile, piangere davanti ad uno schermo, senza nessuno ad ascoltarti; le lacrime, alla fine, hanno una possente voce. Mi perdo negli intarsi di questo specchio che mi è accanto, guardo quella figura coperta di liquido salato. Quella figura che chiede aiuto, che si dimena, che è quasi rassegnata.
Bene o male ?

Un altro sorso. Stavolta, per … Per il Rosso. Per quel rosso che mi agogno di possedere, che non vedo l’ora di suggere, che mi è costantemente privato da invenzioni morali quali decenza e bene.

Brindo con la compagnia della Malinconia, che non rifiuta mai un mio invito. Quante serate passate ad ubriacarsi.
Ubriacarsi. Danzare dentro vortici di parole e sguardi, tentare di nascondersi sotto un nido di rondini quando il tornado arriva sul serio, lasciarsi prendere al momento giusto e precipitare verso l’altro, a testa in giù.
L’unico modo di dormire, l’unico modo di vivere.

Quest’ultimo sorso è per me.

Lestat

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