In un momento storico in cui la conoscenza si approfondisce infinitamente, le persone si sentono sempre più esperte in materie in cui sono assolutamente ignoranti.
Leary, o, per meglio dire, la scienza moderna, chiama “quanti di informazioni” i miliardi di stimoli cerebrali cui siamo sottoposti per ogni giorno in cui viviamo nella odierna società, ricca di televisioni, computer e quant’altro serva ad occupare il nostro tempo libero.

E, se i cinema e le televisioni avevano fatto l’enorme passo avanti, in ambito video-ludico, di permetterci di vivere nuove ed alternative esistenze parallele per qualche ora, proiettandoci in altri personaggi, altre situazioni, altri coinvolgimenti emotivi -fuggendo da una realtà che cominciava a diventare sempre più stretta, chiusa nelle mura di piccoli edifici- il vero, enorme passo avanti è stato Internet.

Grazie ad Internet ed alla rete, la conoscenza è divenuto patrimonio globale -quasi tutta, almeno. Per lo più, mi riferisco alla conoscenza di tipo nozionistico-enciclopedica. Ciascuno può sapere qual’è il vulcano ad essere esploso negli ultimi minuti o la lingua parlata nel Tagikistan, nel giro di pochi click. Questo sconvolgimento tellurico culturale ha dato origine a sommosse cerebrali di livello altalenante. Vi sono ondate di sapienza popolare, ove le persone si sentono onniscienti, grazie al suddetto patrimonio cultura, non più necessariamente immagazzinato nei rispettivi locus di memoria bensì in versatili e comode memorie elettroniche, accessibili in pochi minuti, alternate a momenti di smarrimento quasi esistenziale, di fronte ad un mondo che appare sempre più complesso ed indecifrabile.
L’approfondimento della conoscenza scientifica rende chi “non fa parte del giro” esponenzialmente tanto più ignorante quanto più la ricerca va avanti. Lo stesso discorso si applica a tutti i concetti del sapere; quello cui mi farebbe più piacere rivolgermi, da semplice appassionato, è quello della filosofia.
Gli albori della filosofia, e parlo anche di Talete, Biante, Solone e gli altri, non solo di Platone o Socrate, aveva una particolarità: pur nella sua quasi(mai) scontata semplicità, risultava comprensibile alle menti popolari, risultando persino utile nelle faccende di tutti i giorni, nell’affrontare difficoltà e problemi sia dianoetici che etici.
Seguendo il passo dello sviluppo (o involuzione?) ontologica dell’uomo, il linguaggio della filosofia è divenuto via via più complesso, fino a portare ai ben noti Kant ed Hegel -per citare i due più odiati dell’ambito scolastico- comprensibili solo dopo un accurato studio, che reca con sé un manipolo di conoscenze quasi sempre fini a se stesse – ove con se stesse intendo, globalmente, la totalità dei ragionamenti. Ragionamenti utili ad altri ragionamenti.
Il risultato quasi immediato è stato quello di generare una fascia di persone non curanti della filosofia, odiando la sua totale complessità rispetto a questioni moderne. Il “sì, ma a che mi serve?” diventa sempre più ridondante.
Pur tuttavia, è anche grazie alla filosofia se la vita può diventare molto, molto più interessante e profonda.

Siamo consci solo di circa 2000 bit di informazioni sui 400 miliardi che ci arrivano ogni secondo. E con questo avanzamento culturale, non stiamo utilizzando più cervello del solito. E’ sempre la stessa quantità applicata in maniera diversa, su ambiti approfonditi.

Altra branca del sapere moderno che mi viene spontaneo criticare, è il linguaggio, la lettera tura: in una parola, la comunicazione.
E’ stato approfondito, sviscerato, violentato in maniera tale da dividersi in tante sotto-materie, di cui cito solo la semantica e la semiotica. Subissati da termini quali semiotica estetologica (con riferimento ad Eco), epistemologia e cosmogonia, per farne un bel minestrone, rimaniamo allibiti dicendo “che se ne occupino gli altri, la mia vita può farne a meno”.
Ed è qui, esattamente ora, che il vetro si rompe. Perchè, perchè scienze che dovrebbero rendere tutta la nostra interazione sociale interessante, tendono a complicare e violentare concetti semplici, corroborandoli con termini inconsistenti se non collocati in una logica di chi già sa?
Non ho dubbi che alcuni di voi possano trovare la felicità davvero, estraniandosi negli oceani di parole atti a spiegare sguardi e sospiri, ma mi viene da chiedervi(chiedermi) se anche la felicità non si sia complicata, assieme al percorso seguito dall’uomo. Sarà mica diventato anche un desiderio impossibile, un’utopia, raggiungere quel grado di conoscenza di se necessario ad avere un equilibrio?
Come si può aver bisogno di diverse scienze, addirittura marcate con nomi (e, pertanto, etichette) diversi per delineare una società creata da noi? Non siamo forse più in grado di spiegare con le singole emozioni ciò che ogni giorno creiamo? Abbiamo bisogno di qualcuno che svisceri il significato dietro ogni nostra azione, per comprenderla?
E la Natura, la nostra Grande Madre, che ruolo ha in tutto questo? Ove viene collocata, in ambito sociologico, la “culla de’ nostri più arditi pensieri” ? L’accoltellamento e l’annientamento di domande inutili, di giri di parole, di una personalità egotica che seguono l’immersione contemplativa nella natura, che fine fanno? Dove si finisce, quando si tende a cercare la felicità nei libri e nella complessità, piuttosto che nella semplicità? Si può apprezzare il complesso e vivere nel semplice?
O, più semplicemente, si deve ?

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