RICORDI

Quando si è piccoli, tutto ha più senso.

Sono cresciuto senza spiegazioni, senza che nessuno mi dicesse mai niente riguardo quei grandi interrogativi che più avanti ci si pone.

Non era mai stato necessario.

Non sapevo nulla del Dolore. Ma sapevo cos’era la Bellezza.
Sono cresciuto osservando lo sbocciare dei fiori, parlando con l’acqua, chiedendogli come facesse a conoscermi così bene, ascoltando il vento e lasciandomi carezzare da esso.
Ma il mio divertimento preferito era guardare il volo delle farfalle.
Abitavo in campagna, all’età di 9 anni. Ricordo bene il paesaggio.
Una sterminata vigna davanti casa dove mi piaceva correre e saltare, cercando di spiccare il volo come facevano i gabbiani. Sì, gabbiani.
Avevo il mare vicino. Ma non sapevo nulla di Tramonti, non era tempo di Tramonti.
C’era un sentiero, dietro casa, che portava fino ad un querceto. Quello era il mio rifugio segreto, dove ogni cosa diveniva possibile: bastava chiudere gli occhi.

I miei genitori mi insegnavano ad aver paura degli insetti, ma a me piaceva tanto osservarli e sentirli camminare sopra le mie braccia mentre ero disteso: adoravo il leggero solletico che mi causavano, mi facevano ridere!
Fu in uno di quei magici pomeriggi che conobbi il volo colorato delle farfalle. I gialli raggi del sole filtravano appena tra le verdi chiome delle querce, tanto quanto bastava per assistere ad un accoppiamento.
Allora non sapevo cosa fosse, vedevo solo due farfalle con tinte arcobaleno che descrivevano cerchi iridescenti.
Rimasi incantato a guardarle, non so quanto tempo passò.
Da allora non smisi mai di guardarle. Ogni occasione era buona per tornare nel mio rifugio, e perdermi tra le loro sfumature.
Una sera, decisi di guardare i loro colori mescolati alla tinta più scura della notte. Decisi di passare la serata all’aperto, accendendo un fuoco.
Come potrei descrivere a parole cosa successe? Lo ricordo ancora nitidamente.
Le farfalle erano attratte dal fuoco, ruotavano intorno ad esso con disinvoltura, creando vortici che ai miei occhi apparivano di un verde accesissimo, quasi tagliente. Piaceva a loro come piaceva a me; chissà se riuscivano a sentirne il cullante crepitare.
Ma, all’improvviso, iniziarono ad andare tra le fiamme. Sentii il rumore di un vetro che si rompeva.
Ero incredulo davanti a ciò che vedevo, le farfalle prendevano fuoco! E descrivendo spirali di scintille finivano in terra.
Piangevo.
Piangevo ed urlavo: gridavo loro di fermarsi, volevo che lo facessero.
Mi gettai sul fuoco tentando di spegnerlo: con le lacrime, con il cuore, con l’anima. Quando il fuoco fu spento mi ritrovai al buio. Freddo, freddo come una notte d’estate. Il freddo che sembra schernirti.
Mi rannicchiai tremando, osservando tra le lacrime le scintille emanate dalle farfalle ancora in combustione. Non ci credevo, non riuscivo a crederci. Era il mio sogno quello, perché l’avevano fatto? Perché?
Non sapevo cosa fare, non sapevo dove andare. Mi alzai, scrollandomi di dosso la terra e i piccoli filamenti d’erba, tentando di scrollarmi anche le lacrime. Ma loro non volevano andare via, e continuavano a rigarmi il viso tentando di ferirmi.
Mi ricordai della Chiesa.
C’era una chiesa vicino casa, costruita dal ricco del paese vicino al querceto. Un uomo arrogante e crudele, amante dello sfarzo, direi ora. L’aveva addobbata bene, per suo puro divertimento. Neanche era credente.
Ma al momento non sapevo quasi niente della Religione, non sapevo cosa fosse Bene e cosa Male. Sapevo solo che Dio ci voleva bene e che ci voleva proteggere.
Io avevo bisogno di essere abbracciato, di essere protetto; così, tentai di raggiungere la Chiesa. Quando vi arrivai, mi accorsi del posto che mi ero recato a visitare: desolato, vuoto, pericoloso.
Eppure, qualcosa dentro di me mi guidava verso quell’Abbraccio.
Era la prima volta che entravo in una chiesa. La facciata era molto semplice ed elementare.
In stile romanico, direi ora. Mi soffermai per un istante sul grande cerchio di vetro caleidoscopico all’entrata. Mi ricordava le Farfalle.

Quando entrai, c’era solo la luce di alcune candele, probabilmente rimaste lì dalla messa celebrata precedentemente. Ma continuavo a sentire del calore, qualcosa che voleva consolarmi.

Ero circondato da riproduzioni di dipinti. Li ricordo nitidamente, e solo dopo ho imparato cosa fossero.
La Chiesa era piena di dipinti di Botticelli e di Bernardo Parentino.
Ricordo che quelli che mi colpirono di più furono la Primavera di Botticelli e le Tentazioni di sant’Antonio abate di Parentino. Erano così opposti… La purezza di Botticelli era dolce, candida, mentre la crudeltà trapelava da ogni angolo da le Tentazioni.
Vicino al Crocifisso, vidi un altro quadro, illuminato da due candele, che non avevo notato. Mi spaventò a morte.
Il calore svanì per quegli istanti, e mi accucciai vicino ad una panca, quasi aspettando che il cattivo andasse via. Chiusi gli occhi, cercando di pensare a tutto ciò che di bello avevo visto, ma al momento sembrava tutto così… Spento..
Ora so cosa mi aveva spaventato. Era il “Compianto sul Cristo morto” di Botticelli.
Mi ricordava le Farfalle. Fu come vedere la scena dall’esterno: piangere per qualcosa di sacro che ti era stato tolto. Quel quadro era il Dolore, vero, vivo, pungente come mille aghi in ogni punto di quel piccolo corpo.

Poco dopo, riaprii gli occhi, ma il quadro non era più illuminato. Le candele che lo illuminavano si erano esaurite.
Le lacrime si fermarono. Sorrisi.
Non so perché lo feci, ma sorrisi. Mi sentii protetto. Protetto come solo una Madre o un Padre potevano farmi sentire. Sentii la Vergine Maria cullarmi, fissando il quadro di Botticelli.
Com’era pura, quella Venere. Così simile alla eterna Madre, che io credevo fosse.
Chiusi gli occhi in quel deliquio di dolcezza,
sperando che al risveglio,
le Farfalle fossero tornate.

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