YOU

In una spirale di Decadentismo, una fiumana di anime diafane mi si accostano senza relazioni, eludendo i più elementari vincoli affettivi. La tua, è ferma in un angolo.
Sento la tua voce, col cuore. Moltitudini di parole mi ronzano nel cervello, ma poche rimangono impresse.

Nell’anima, di nuovo completa.

~

Camminavo sulla spiaggia in una notte d’agosto.
La sottile brezza serale accarezzava i lineamenti del mio viso, sì come la flebile sinfonia del mare cullava il mio udito.
Mi fermai, lasciando il mio corpo alla mercè degli elementi.
Ma la natura sembrava partecipare a quel mio stato anedonico, quietandosi, lentamente.
La terra ruotava silenziosamente sul suo assse, il vento faceva cantare gli alberi in lontananza, ma nulla scalfiva la coltre formata dal mio respiro affannoso, colmo d’ansia.
Ansia, creata da cosa?

Abbandonai quello stato di apatia, durato forse qualche minuto straordinariamente prolungato, iniziando ad immergermi nel mare limpido sotto il cielo terso. Sentivo l’innaturale calore di quel nuovo mondo avvolgere una sempre maggiore parte del mio corpo.

Lasciai che la gravità vincesse il mio peso, scivolando nel rilassante deliquio creato dalle sottili onde.
Una nuova visione subentrò.
Il mondo che conoscevo andava scomparendo, creando lo spazio per il mio personalissimo paese delle meraviglie.
Forme affusolate ed esseri curiosi portavano scompiglio in ciò che ritenevo… “vero”.
Ogni cosa mi appariva sotto un nuovo punto di vista.
Per quanto mi incuriosisse osservare quella sconosciuta apparenza, non era lì che dovevo essere.
Me ne accorsi.
Sentivo bruciarmi i polmoni, nei ripetuti spasmi per cercare la vita.
La mancanza di ossigeno mi logorava, quasi a volermi strappare da quello stato di quasi catatonia.
Il flusso di adrenalina dovuto alla crescente preoccupazione accelerò le mie funzioni cerebrali, incrementando la mia percezione del tempo, allungando straordinariamente i secondi.
Riflettei su quali motivi potessero spingermi a ritornare all’originaria, usuale, solitudine.
Dagherrotipi coniati dalla mia immaginazione, raffiguranti icone in lacrime dei miei affetti, sembravano volermi.
Voci senz’anima, legati da un affetto di sangue.

E vidi te.
Probabilmente eri da sempre lì, ma la mia vista non era abbastanza acuta per scorgerti, fossilizzato com’ero su insoliti particolari naturali.
Tendevi la mano al confine tra le nostre realtà..
Sussurravi parole di accompagnamento, invocando il tuo Phoebus.
Non riuscivo a decifrare l’intensa energia che scorgevo provenire da te, non capivo da dove venisse, ma era sufficiente a spingermi a tornare alla luce.
Quei secondi che separavano il cuore dalla sua attività, durante la mia ascesa, sembravano durare in eterno, a mano a mano che i tuoi contorni andavano sempre più focalizzandosi nelle mie retine.
Quando finalmente ti raggiunsi, le mie funzioni si ripresero… Irregolari.
“Ti aspettavo”, dicesti.

Perché non sei venuta a prendermi?

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